José Clemente Orozco

Ciudad de Guzmán 1883 – Città del Messico 1949


Testo di Anna Ramunni



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La trinchera
[La trincea]
1923-27
Antiguo Colegio de San Ildefonso
Città del Messico, MEX


La trinchera, 1926

In questo murales, Orozco mostra già il suo stile più caratteristico: il disegno netto e preciso, reso da energiche pennellate, espressive e dinamiche.
Il dinamismo, che travolge persino gli oggetti e l'atmosfera, è reso grazie alle linee diagonali e al colore massimamente enfatizzato, derivato di una tavolozza ridotta al bianco, al grigio e al marrone; a questo si aggiunge l'efficace contrasto di masse e linee.
Utilizza i colori come elementi complementari, per rinforzare il disegno, o meglio per sostituire le linee nere con linee colorate. Il tutto è rinforzato dalla luce e dal chiaroscuro.
Le figure dei soldati seguono un disegno naturalista, i corpi trasudano sofferenza, frustati da pennellate taglienti e rabbiose. La loro inclinazione accentua la sensazione di caduta; il movimento è continuato dalla direzione delle braccia, che roteano l'immagine verso destra.

Cortes y Malinche
[Cortes e Malinche]
1923-26
Antiguo Colegio de San Idelfonso
Città del Messico, MEX

Cortes y Malinche, 1923-26

Cortes e Malinche sono crudamente nudi e carnali, richiamano Adamo ed Eva; sono seduti sulla figura prostrata e forse degenerata di un Mexico, il frutto di un miscuglio di razze.
È ambiguo se il braccio di Cortez sia intorno a Malinche per trattenerla o proteggerla; Malinche è sicuramente ritratta come la madre del Messico moderno, ma non è chiaro se per l'artista sia una cosa positiva oppure no. L'opera allude alla giovane Malintzin, un'india che ha tradito il suo popolo alleandosi con Cortes e facilitandogli la conquista; ha avuto anche un figlio dal conquistador, il primo vero messicano.
Orozco dipinge questo momento cruciale della storia del Messico con tracce pietrificate di luci e ombre, contrastando volutamente il bianco della pelle di Cortes con la pelle scura di Malinche e della figura ai loro piedi.
Una volta terminata la conquista Cortez deciderà di sposare Malintzin con un suo capitano, tenendo con sé il figlio, battezzato Martin Cortes.
Malinche è diventata quindi il simbolo dell'indio sedotto e abbandonato; la sua immagine è stata anche utilizzata per considerare tradizionale la sottomissione della donna, ma anche per rappresentare il potere del fascino femminile: ha infatti impedito, con la sua influenza su Cortes, il brutale massacro degli indios mesoamericani.

La Trinidad Revolucionaria
[La trinità rivoluzionaria]
1926
Antiguo Colegio de San Ildefonso
Città del Messico, MEX




La Trinidad Revolucionaria, 1926

Questa opera ha subito trasformazioni rispetto al suo iniziale concepimento, passando da uno spirito costruttivo a una visione disfattista della lotta rivoluzionaria, anche se la distribuzione triangolare della trilogia si è conservata.
Inizialmente, Orozco aveva dipinto sul lato sinistro un uomo seduto che progettava con progetti e squadre la costruzione di un mondo diverso, mentre nella versione definitiva ha rappresentato un uomo inginocchiato in stato di disperazione.
Sul lato destro, la figura iniziale era un operaio con in mano i suoi attrezzi, un trapano e una chiave inglese, che simboleggiava il lavoro pratico. Questa figura è stata trasformata in un uomo con le mani mutilate, in stato di angoscia, rivolto verso il personaggio centrale.
La terza figura si trova nella parte superiore e risalta per la sua corporatura più robusta rispetto alle altre, che rappresentano rispettivamente la democrazia militante e il movimento rivoluzionario.
In entrambe le versioni una bandiera rossa ondeggiante si trasforma in un cappello frigio che copre il capo del personaggio, rappresentando l'incertezza della lotta. La forma esagerata delle braccia imbraccianti il fucile, suggerisce la forza distruttiva dell'uomo.
I colori predominanti sono il nero, il bianco, il rosso e l'ocra. Lo sfondo ricorda le fiamme e il sangue della contesa, attraverso i rossi e i gialli.

Zapata
1930
olio su tela, 178.4 x 122.6
Art Institute of Chicago, USA

Zapata, 1930

Emiliano Zapata è diventato un simbolo della Rivoluzione messicana dopo il suo assassinio. Il carismatico Zapata lottò per restituire ai contadini messicani gli enormi latifondi. Orozco presenta Zapata come una figura spettrale, apparsa alla porta di un contadino.
È incorniciato da una chiazza di cielo luminoso e una serie di diagonali intersecate di braccia allungate e sombreros appuntiti.
Rendendo lo stato eroico di Zapata, è curioso che Orozco l'abbia piazzato sullo sfondo della composizione. La sua figura è dominata dai contadini spaventati e oppressi e dagli spietati soldati nemici. Simboli minacciosi, inclusi i proiettili, un pugnale e soprattutto il coltello puntato contro l'occhio di Zapata, alludono al pericolo della rivoluzione e alla morte di Zapata stesso.
I rossi scuri, i marroni e i neri, applicati sulla tela con tratti rudi ed espressionistici, evocano la terra messicana e il massacro del suo popolo.

Dioses del Mundo Moderno
[Dei del mondo moderno]
1932
Baker Library
Dartmouth College
Hanover, USA


Dioses del mundo moderno, 1932

Attraverso il tema dell'atteso ritorno del dio Quetzalcoatl, che ha portato agli antichi americani una nuova vita e libertà dalle superstiziose catene dei vecchi idoli, Orozco protesta contro il feticcio culto della conoscenza morta e fine a se stessa.
Uno scheletro partorisce la conoscenza nata già morta viene posta su un tomo da una pedante ostetrica in vesti accademiche.
Gli “dei del mondo moderno” sono rappresentati in costumi accademici di diverse università, europee e americane.
Lo sfondo sgargiante suggerisce un mondo in fiamme, la cui salvezza non giace nel vecchio pensiero.
È quindi un messaggio molto critico contro l'educazione, non aperta ai cambiamenti e radicata sulla censura. Inoltre, l'educazione è responsabile della maggior parte delle attitudini in società; le istituzioni promuovono le divisioni che persistono dal tempo di Cortez.

The Prophecy
[La profezia]
1932-34
Baker Library
Dartmouth College
Hanover, USA

The Prophecy, 1932-34

Questo pannello è mirato a presentare la civilizzazione europea e della conquista spagnola, considerata dall'artista come un processo di terrore.
Orozco descrive l'esercito europeo, caratterizzato dal cavallo, un'arma potente che non si conosceva nel nuovo continente.
I guerrieri armati reggono una croce corazzata, come se fosse una grande arma, simbolo della realtà fredda e militarista della cristianità spagnola, dichiarando il suo ruolo come strumento di soggiogamento e giustificazione della conquista. Il paesaggio, privo di qualunque ornamento naturale, è sostituito da un gruppo di colonne, i cui capitelli simboleggiano l'architettura europea; la cultura precolombiana del Quetzalcoatl è prigioniera di questi simboli incombenti, resi efficacemente dai grigi e i rossi, predominanti nella composizione, e dalla gestione dello spazio, appiattito e dai volumi semplificati.

La Katharsis
[Catarsi]
1934
Palacio de Bellas Artes
Città del Messico, MEX


La Katharsis, 1934

È un altro murales smontabile, dipinto in occasione dell'inaugurazione del secondo piano del Palacio de Bellas Artes a Città del Messico.
Fedele al suo stile, l'evoluzione degli studi sul muro – dovuta all'inserimento di ogni elemento nella composizione multiforme – ha sofferto notevoli metamorfosi; la versione finale è tetra e asfissiante, rafforzata da forti tonalità dall'accostamento disturbante.
Gli ultimi scontri tra due eserciti, tra l'uomo nuovo e quello dell'età delle macchine, con le tre prostitute buttate a terra, sorridenti e forse compiaciute e in estasi, sono allegorie funeste e brutali del ciclo di decadenza e autodistruzione di un mondo meccanizzato, prostituito, abbruttito e caotico; la scena è avvolta da un incendio purificatore, mirato a purgare il mondo dalla sua putredine.
Il nichilismo della produzione finale di Orozco trasmette un forte messaggio: le possibilità di salvezza sono il rinnovamento o la totale distruzione.

Dive Bomber and Tank
[Bombardiere in picchiata e carro armato]
1940
affresco su sei pannelli mobili
275 x 550 cm
Museum of Modern Art
New York, USA





Dive Bomber and Tank, 1940

È un murales portatile diviso in sei pannelli intercambiabili, commissionato dal MoMa di New York in occasione della mostra Twenty Centuries of American Art. Fu chiesto all'artista di dipingere i pannelli in pubblico, durante i dieci giorni della mostra.
L'opera tratta un tema coerente non solo con la produzione di Orozco negli Stati Uniti, ma anche con il clima storico della seconda guerra mondiale: la subordinazione dell'uomo alle macchine della guerra moderna.
Nella configurazione tradizionale dei pannelli il murales rappresenta i resti di un aereo da guerra e un carro armato tra un mucchio di spazzatura e relitti sia umani che culturali.
Al forte messaggio della guerra come forza distruttiva si affiancano una serie di innovazioni formali e strutturali, come la resa cubista delle forme, che richiama la Guernica di Picasso, alla potenziale distribuzione dei pannelli in diverse combinazioni, sottolineando ancora di più la frammentazione e polverizzazione della società moderna a causa della distruzione tecnologica.
Con questo ha creato una potente e cruda dichiarazione anti-bellica nel contesto della seconda guerra mondiale, attraverso tonalità dal bianco al nero e diverse tonalità di rosso, che travolgono lo spettatore come esplosioni e tempeste, incrostate di sangue secco.

El hombre en llamas
[L'uomo in fiamme]
1936-39
diametro: 11 m
Hospicio Cabañas
Guadalajara, MEX



El hombre en llamas, 1936-39

Un uomo nudo, visto di scorcio dai piedi in su, cammina avvolto tra le fiamme in uno sfondo infuocato. Intorno ci sono altri tre uomini, i cui corpi appaiono quasi totalmente o solo in parte.
Egli sembra catapultato nel vuoto partendo dal cerchio delle altre tre figure, si libera nello spazio fino a trasformarsi in fuoco.
Il bianco, ora puro ora mischiato con il grigio, il rosso e l'azzurro, distribuisce gli effetti di luce che enfatizzano il disegno e, allo stesso tempo, dona un maggiore dinamismo.
Il disegno, sintetico e preciso, reso da un tratto duro, marcato violento, modella volumi perfetti e dinamici, grazie anche a un efficace chiaroscuro. Probabilmente Orozco ha voluto rappresentare i quattro elementi che, secondo Empedocle, formano tutte le cose: la terra, incarnata dall'uomo quasi invisibile; l'acqua, simboleggiata dall'uomo dallo sguardo penetrante; l'aria, ovvero Eolo, dio del vento, il cui sguardo si perde all'orizzonte; e infine il fuoco, che è l'uomo in fiamme.
Altri critici interpretano ogni figura come un aspetto dell'uomo stesso: l'uomo teologico (la terra), che sveglia e converte in dei i fenomeni naturali che non comprende; l'uomo metafisico (il vento), che inizia a prendere coscienza, riflettendo sulla realtà del mondo; l'uomo scientifico (l'acqua), che analizza i fenomeni penetrando con la ragione nella loro essenza; infine l'uomo di fuoco, che dovrebbe essere simbolo di Prometeo, colui che ribellandosi agli dei donò il fuoco agli uomini, rappresentando allo stesso tempo ragione e libertà.

Hidalgo
1948-49
Palazzo di Governo
Guadalajara, MEX

Hidalgo, 1948-49

Un vigoroso e canuto Miguel Hidalgo, padre dell'indipendenza messicana dalla Spagna, è rappresentato con in mano una torcia rivolta verso lo spettatore. La sua mano gigantesca si sposta verso l'umanità ottenebrata, che si sta auto-distruggendo in un'orgia di violenza.
Le ambiguità del mito di Prometeo sono trasposte nella figura di Hidalgo: l'aspirazione oltre i limiti, la terribile morte in nome di un'umanità vacillante.
Hidalgo è un eroe per Orozco, ma condannato e furioso.